Sometimes it's like someone took a knife, baby edgy and dull, and cut a six-inch valley through the middle of my soul.


4 settembre 2515 | Greenfield

– Sai cos'è l'orizzonte degli eventi?
– … quello che succede in un buco nero?
– È un limite oltre il quale la velocità di fuga è pari a quella della luce. La velocità di fuga è ciò che occorre per sfuggire all'attrazione gravitazionale di un corpo celeste. Sai cos'è più veloce della luce? Niente.

Il sole bombarda le palpebre e le tinge di un rosso palpitante, pungolando la coscienza fuori dalle ossa come l'erba ispida gli punge la guancia spalmata di terriccio. Al primo lampo bianco si accoda il tremore sfocato del paesaggio investito dagli albori del giorno, rilucente di un alone immacolato che gli fa contrarre dolorosamente le ciglia.
André si tira a sedere contro la staccionata, stropicciando le palpebre col palmo delle mani, e spinge le dita fra i capelli nel tentativo vano di riordinare i pensieri assieme alle ciocche umidicce di rugiada.

– Concludiamo così che nulla di ciò che vi capita all'interno riesca poi ad uscirne, e che l'orizzonte degli eventi può essere attraversato in un unico senso - a causa della tremenda forza gravitazionale che rende tale azione irreversibile.

(Il biondo slavato dei capelli di Ezra è lo stesso della testa di Mordecai, bianco come il fosforo, abbacinante come un prato di stelle; lampeggia nel buio, infiammato dall'alone opalescente delle luci della festa che solleticano la nuca di André, splendendo e crepitando alle sue spalle nell'eco turbinosa dell'ennesima quadriglia.)

– Il buco nero è al suo centro.

Il recinto erboso è deserto, André riesce quasi ad avvertire la pressione di tutto quel vuoto sulla pelle salata di sudore asciutto che gli brucia sulla carne. Infilando una mano sotto la tshirt bianca, sgualcita e striata d'erba, scopre sotto le dita il solco lungo delle unghie che hanno scavato la pelle a fondo, come se volessero raschiare via il Sacro Cuore che arde d'inchiostro sul suo sterno.
Molla la nuca contro lo steccato, serra le palpebre incontro al sole e mastica un sorriso che ha il sapore dolciastro e stucchevole del liquore stantio.

– L'intensità della trazione è tale da distorcere la luce, fino a farla sparire una volta attraversato l'orizzonte. Questo significa anche che nulla di ciò che precipita al suo interno può essere osservato.

(Il mercurio fonde a temperatura ambiente, ma il calore lo fa gonfiare e tracimare dentro l'orlo di pupille dilatate oltre misura, nere e senza fondo come buchi neri. La bocca di Ezra è una fornace, morbida e urticante come i tentacoli di una medusa, la sua pelle un campo minato di esplosioni sotterranee; nel suo ventre fiorisce e si spalanca la bocca incandescente di un vulcano. È una sensazione familiare, quella di sprofondare e squagliarsi nella lava, che gli spinge il cuore sotto i denti quando serra la mandibola e lo sente colare il proprio ripieno liquido giù per la gola, caldo come il magma.)

– Una volta oltrepassato, non si può più tornare indietro. È per questo che nessuno ha idea di che cosa ci sia, e che cosa avvenga, dentro un buco nero.

Il palmo ruvido e bollente delle mani gli scrosta dal viso mal rasato i residui del sonno e l'intorpidimento dal cervello. Risollevare le ciglia è un'operazione che richiede cautela, qualche fremito delle palpebre e una manciata d'ostinazione per affrontare l'azzurro violento del cielo terso.
Tira su col naso, schiudendo gli occhi neri incontro al miracolo accecante del sole, mordendo i bagliori di luce bianca nel sorriso ebbro e stropicciato che gli cola fra le labbra.
Il cuore si gonfia dentro il petto ed esplode nel gorgoglio scrosciante di una risata arresa.

– Se potessi scegliere come morire, mi piacerebbe venire gettato al di là dell'orizzonte degli eventi. Sparire mentre le forze di marea dilaniano il mio corpo.

So show me family, all the blood that I would bleed.


28 agosto 2480 | Shadetrack

Marc trascina passi barcollanti lungo il vicolo scuro che taglia dalla Main Street alla periferia di Santa Rosa, la testa biondiccia rovesciata indietro e gli occhi che oscillano tra le luci sfocate delle finestre accese e la lingua di sterrato scuro, calpestato da innumerevoli piedi, che scivola tra i muri delle case e sotto i suoi stivali.
Coglie lo scalpiccio alle proprie spalle con qualche millisecondo di fatale ritardo: prima che possa reagire, qualcosa gli strattona la nuca e lo spedisce a sbattere contro il muro. Mentre gli orari d'apertura della farmacia cittadina gli s'imprimono lungo la guancia, socchiude l'occhio libero e cerca, con scapole e gomiti, di liberarsi dell'aggressore.
Putain. - la voce roca che gli s'infrange sull'orecchio ha qualcosa di familiare. - Che cazzo ti dice il maledetto cervello?
– Il mio, ah? … Claude, connard, lassc-iami.
Claude Vandoosler arretra, urtato fra le costole dal gomito spigoloso di Marc, e lo ribalta con una manata violenta per piantargli in faccia l'azzurro incupito degli occhi.
Idiot foutu. - lo spintona contro la parete, schiumando a denti stretti e sagomando le ossa squadrate della mandibola sotto la pelle abbronzata.
Marc riprende fiato e allarga le braccia, sgranando gli occhi chiari attraverso il buio.
– … cosa, Dio santissimo? Cosa!
Claude sfiata il grumo d'esasperazione che gli gonfia le narici, scrolla la testa e torna a spintonarlo.
– Ti sei messo a ballare con quella catholique davanti a tutti i suoi fratelli, testa di cazzo.
– Ah, aye … mi ha chiesto di te. Sei ancora il più carino, big brother.
Passa la lingua sul sorriso impolverato e lo guarda sgonfiarsi, dalle spalle allo sguardo livido, infilando le dita fra i capelli biondi e folti per strofinare la cute.
– Cosa devo fare, con te?
– …fai già benissimo il patetico rompicoglioni.
Stavolta, Marc è abbastanza svelto da sgusciare di lato prima che le nocche del fratello gli sfondino il naso. Se lo tasta, leccando le labbra arricciate di sbieco.
Merci, è già abbastanza storto senza che tu ci metta del tuo.
Dieu, vuoi ricordarti perché siamo qui e smetterla, una buona volta, di fare l'idiota?
– Credevo di 'essere' un idiota.
Ça va, allora sei bello e bravo. - Claude alza gli occhi al cielo, poi li sguinzaglia su per il vicolo alle proprie spalle. - Trentasei capi non marchiati. Trenta. Sei.
Morde un sorriso nel buio, e Marc stringe le ciglia come se ne fosse abbagliato. Scrolla le spalle, infilando tra la pelle e il mondo strati di disinteresse.
– Se, se. Sei riuscito a sapere dove li tengono?
– Aye, e mi sarei anche fatto dare i dettagli, se qualcuno non si fosse messo ad attirare l'attenzione come l'étoile di un bordello.
Marc si stringe nelle spalle, dondolando un sorriso tra le guance magre. Claude trascina una mano contro il viso ispido.
– Nueva Cruz, nove miglia a nord di Santa Rosa.
– Magnifico. - Marc tira su col naso, accennando al fondo della strada col mento mentre allunga il primo passo. Mastica un sorriso da schiaffi. - Se facciamo il giro largo eviteremo anche le ronde di brutes gelosi, ça va?
Claude sospira forte, arreso.
Ça va, putain.

-- it's like a bad day that never ends.


17 agosto 2515 | Bullfinch

4 am.

André allunga le dita tremanti sotto il getto del lavello, l'acqua fredda che brucia sulle nocche sbucciate gli spinge bagliori di luce pulsante dentro il cervello. Mastica l'aria immobile della sala comune immersa nel silenzio gravido di sonno e oscilla la testa lentamente, gravata di un peso scivoloso e insostenibile. Il mondo è separato dalla sua pelle da una pellicola umida che lo rende insensibile, dirottando sulle esplosioni di dolore annidate fra le tempie tutta la coscienza annichilita dal sonno. Sprazzi di sogni a occhi aperti gli invadono le pupille, la testa piena dello scrosciare dell'acqua corrente che si sovrappone e si mescola alla risata di un fiume sdraiato solo nella sua memoria. Non ha bisogno di voltarsi per vedere Costanza che attraversa la soglia della cambusa. Si avvicina al grande specchio d'argento appeso sulla parete di fondo, tra le mani ha un rasoio elettrico che usa per radersi la testa con gesti pieni di grazia, seminando lunghe ciocche brune sul pavimento. Istintivamente, colto da un lampo di nausea, André si scosta dal lavello e allunga la mano verso la rimessa delle scope; quando si muove, lo specchio si assottiglia e sparisce assieme alle spalle di Costanza, restituendo ai suoi occhi arrossati l'arredamento spartano della cucina vuota.
…putain.

I medicinali scarseggiano e i sonniferi servono per i feriti, ma la bloom lo rende così lento, languido, inerme; gli spazza la testa come una marea pietosa e volatile, che puntualmente si ritrae lasciandola sventrata e in disordine, appesantita dai detriti.
Sul letto di un bambino ferito, al campo medico, qualcuno ha lasciato un mazzo di crochi gialli. Ci è passato davanti più volte, durante la giornata, trovando ogni volta i crochi moltiplicati; finché, quando ormai tutto il letto ed il suo occupante ne erano sommersi, si è reso conto che non c'erano. Non era stato lasciato nessun fiore. I crochi gialli sono bruciati su Shadetrack, sotto le bombe, e mettono radici solo nella sua testa.


Ancora due ore prima di tornare al campo, se arriva prima Jack lo rispedisce indietro.

Si accende una sigaretta e il silenzio crepita con la carta bruciata. Stringe il filtro con labbra che hanno ancora il sapore della bocca di Mordecai: ne sono pieni il suo naso e i suoi occhi, i lombi e lo stomaco. Ecco qualcosa che mangerebbe senza vomitare.
Trascina una sedia sotto le natiche e recupera il coltello da caccia abbandonato sul tavolo. Si lecca le labbra, ferma la cicca fra i denti e apre la mano sinistra, pigiando sul legno il palmo e le dita aperte. I primi salti della lama sono cauti, impastati d'indolenza e spinti sul filo dei muscoli contratti, dell'attenzione viva e spalancata. Affonda la punta del coltello tra una falange e l'altra con metodo e scioltezza frenetici, una, due, tre, quattro volte il giro completo, avanti e indietro, dal pollice al mignolo in un'impennata precipitosa. Non si rende conto dello slittamento finché l'anulare non gli pizzica il cervello, sporcandosi di un filo di sangue obliquo che lascia sul tavolo due fiori rossi quando lo avvicina alle labbra. Succhia il taglio ad occhi chiusi, sprofondato contro la spalliera della sedia.

Un'ora e quarantasei minuti.

Dev'esserci del rum di Maracay, da qualche parte.





If I ever feel better,
remind me to spend some good time with you.
You can give me your number,

when it's all over I'll let you know…

They say an end can be a start, feels like I've been buried yet I'm still alive --


4 agosto 2515 | Tauron

I raggi di sole affettati dalle fronde del grande albero gli rovesciano negli occhi lampi di candore abbacinante, bruciando le pupille attraverso il velo fragile delle ciglia socchiuse. Gli gira ancora in testa l'universo di minacce incastonato nell'occhiata storta e nel ringhio sommesso – He's clean. – coi quali Eir l'ha accolto, prima di abbracciarlo e inondargli la bocca di ricci anarchici e profumati; un odore quasi di casa. Il peso esiguo di Cecilia Ritter, seduta sul trono d'ossa del suo sterno, gli comprime il respiro e avvalora l'impressione di stare annegando in un mare di luce. È la sua testa riccioluta a fargli ombra, quando si sporge sopra di lui come se volesse accertarsi che sia vivo.
– Hey, mi hai sentito?
André stropiccia una smorfia smarrita, sfarfallando le palpebre per mettere a fuoco, contro il cielo terso e i rami d'olivo, il viso morbido da bambina e i suoi occhi enormi.




12 agosto 2515 | Almost Home

Un esercito di scolopendre gli marcia sotto la pelle, deformandone la superficie viscida e formicolandogli nella carne senza che riesca a grattare via il prurito. Il letto è una fornace; le lenzuola sono fatte di cemento, scavano la schiena con pieghe e lembi sgualciti. C'è un'aria pesante, nella cabina 9g: l'odore del vomito ha invaso ogni angolo della stanza, mischiandosi al profumo rancido e stucchevole del sudore che gli ha infradiciato i capelli e i vestiti. A torso nudo, se flette il mento riesce a vedere la linea dritta e lucida del proprio sterno; ma non osa guardarsi le braccia scoperte, dove le scolopendre strisciano e brulicano sotto la pelle con le loro mille zampe. Dev'essere il loro veleno a mandarlo a fuoco in questo modo, mentre i brividi di freddo gli scuotono le ossa e lo costringono a stringere i denti per non batterli. Se riuscisse a fermare il vorticare della testa, a mettere in ordine i pensieri, potrebbe contare le ossa del proprio corpo e trovarne una che non gli sembri sul punto di spezzarsi a ogni sussulto dei muscoli. Vorrebbe dormire, ma il dolore lo tiene sveglio e le scolopendre non smettono di strisciare, e smascellare, e contorcersi dentro la sua carne.



4 agosto 2515 | Tauron

– … hmnno?
André stropiccia un sorriso arreso e dolciastro, di plateale innocenza. Cecilia si difende con una contrazione netta delle sopracciglia, abbandonando nell'aria calda di Tauron uno sbuffo di sufficienza.
– Sei peggio della ritardata. - rileva, annichilendo il disagio infantile con un sospiro e aggrappando le dita minuscole al colletto sbottonato della camicia a quadri del proprio principe azzurro.
– Chi sarebbe la ritardata?
– Lelaine.
La smorfia sardonica che ha invischiato le labbra di André si contamina di vaga perplessità.
– Ma non è ritardata.
– Sì che lo è.
– No che non lo è.
Sì che lo è.
Gli occhi verdi di Cecilia palpitano di determinazione cruda, tra le sopracciglia la stessa ruga ostinata di sua madre. André ci scivola dentro con un'occhiata, sturando le narici di un grumo d'aria irridente.
– Croyez-moi, kiddow, ti dico che tua sorella è più sveglia di te.
Due archi di scetticismo bruno svettano sugli occhi stretti di Cecilia.
– No che non lo è.
– Sì che lo è. - André le sorride, amabile e allucinato, atterrato sul prato dalla massa caparbia e tirannica delle piccole ossa della bambina.
Non lo è.
– Sicuro che lo è, 'Cilia … e forse è anche più sveglia di tuo padre.
Cecilia sgrana gli occhi, trafitta da un fulmine a ciel sereno. Apre la bocca e poi la richiude, stringendo le labbra fino a sbiancarsele, talmente contratta a cavalcioni del suo torace che André riesce quasi a sentirla vibrare.
Nessuno. - scandisce la sua voce acuta, pigolante come un pulcino d'aquila. - È più sveglio di papi.
Dev'essere la fermezza schiacciante di quel 'papi' a sradicare dal torace compresso di André la risata arresa, scrosciante, che gli traballa negli occhi e sfila oltre le labbra, mentre affonda la nuca contro il browncoat a misura di nano ammucchiato sull'erba a mo' di cuscino.
– Ça va, ça va … hai vinto tu, chérie. - mugola, arrendevole e melenso, leccandosi le labbra e sfarfallando le palpebre contro le infiltrazioni di luce che sfilano tra i capelli della bambina. - Che stavi dicendo?
– … quando mi porti in guerra con te? 
André questa volta la sente. Allarga le palpebre sugli occhi neri inondati di luce, grondanti di stupefazione, e la testa bionda sussulta sul browncoat improvvisamente intessuto di spilli conficcati, tutti, nella sua nuca.
– Mai, putain. - obietta in un rantolo sofferente.
Cecilia sgrana gli occhi verdi, interdetta, oscillando a mezz'aria il cespuglio di ricci castani.
– Perché no?
Il cervello di Vandoosler s'inceppa, cigola, rallenta. Poi riparte, trascinandogli verso l'alto gli argini della bocca.
– Perché quando sarai abbastanza grande, Cecilia VJ Ritter Sterling, avremo già vinto.




12 agosto 2515 | Almost Home

Il labbro inferiore si è crepato sotto la pressione insistente dei denti, riempiendogli la bocca del sapore ferroso del sangue. Da qualche parte ha della Bloom, nel cassetto, forse dentro la tasca dei jeans, ma le dita gli tremano al punto che non sarebbe capace di girarsi una sigaretta. A stento riesce a stringere le pieghe del lenzuolo senza frantumarsi le nocche, che si sono irrigidite e, come il ghiaccio, sembrano spaccarsi quando le flette. L'angoscia risucchia le pareti della cabina sulla sua testa, le scolopendre hanno colonizzato le braccia e stanno strisciando su lungo il collo; raggiungere la gola con le dita per grattarsi è quanto di più doloroso e difficile gli sia mai capitato di fare. I perforanti alleati non sono niente, paragonati alle scolopendre, e nessuna guerra è paragonabile alla guerra contro le scolopendre. Le scolopendre hanno migliaia di zampe, migliaia di corpi spinosi, migliaia di voci stridenti.

L'astinenza ha il volto brulicante di un esercito di millepiedi dalla testa rossa e l'odore acidulo dei succhi gastrici.


From the corpses flowers grow.


27 luglio 2515 | Bullfinch

Fra le nuvole si è aperta una crepa di stelle che sanguina via lattea, e il terreno inumidito è morbido sotto le scapole. Sdraiato a terra, immerso nel frinire distante dei grilli, André conta le isole luminose che galleggiano nel cielo e stringe le labbra sul filtro lentamente, asfaltandosi i polmoni di bloom con voluttà deliberata.
– Mordecai ha occhi che ti scavano dentro. - mormora sommessamente, staccando a fatica la voce impastata dal palato. - Contano le sinapsi del tuo cervello, misurano le ferite del tuo cuore.
Sospira un bolo di caligine, lo sfarfallio delle ciglia chiare che rende intermittente il bagliore del firmamento notturno.
– Probabilmente saprebbe ricucirle tutte, con quelle labbra.
Addenta le proprie, di labbra, succhiando quello inferiore fino a sentire il sapore del sangue sotto la pellicola sottile che divide i capillari dalla lingua.
Piega indietro la testa, inarcando la nuca fino a impastare di terra scura il biondo dei capelli, per sbirciare a rovescio l'iscrizione sulla lapide di Kirill Edwards.
Sa che il suo spirito non è lì, ma la sua carne non è lontana, fusa nella stessa terra da cui vorrebbe farsi inghiottire. Un po' ha la sensazione di sprofondare, mentre un altro tiro di bloom gli arroventa i polmoni e la gola.
– … ho paura, Kirill. - ammette lentamente, inseguendo, dietro le palpebre socchiuse, le serpentine bianche di fumo che si rincorrono verso il cielo, sfaldandosi nell'afa umida di Bullfinch.
Dieu, come non ne ho mai avuta in vita mia.
Il terriccio umido, dissestato dalle piogge torrenziali, è morbido come un cuscino; la bloom gli rende le ossa pesanti, le palpebre si attirano come calamite. Anche l'angoscia che è convinto di sentire non riesce a raggiungerlo, incastrata fra i battiti lenti e regolari del cuore intorpidito.
– Mi sono bruciato un dito.
Solleva la mano destra per leccare la carne ustionata del pollice, mandando il palmo aperto a schiantarsi sullo sterno quando il braccio cede alla violenza insidiosa della gelatina che sta prendendo il posto dei suoi muscoli.
– Mi sono bruciato. - ripete piano, accostando le ciglia umide per seppellire lo sguardo nel nero palpitante di vene invisibili, stese come ragnatele dentro le palpebre. La nuca pesante, affondata nel terriccio, le scapole conficcate attraverso la crosta terrestre lambiscono il calore osceno del cuore di lava del mondo: la mappa stellare di Polaris oscilla, come il residuo di un'allucinazione, sulla superficie dei suoi occhi ciechi. Sospira, allargando le braccia come i lembi di una ferita. Mordecai non lo bacia, non sutura il suo cuore, ma ha i polmoni e la materia grigia invischiati di bloom e il sonno che sfalda la coscienza un morso alla volta, un cedimento liquido delle vertebre alla volta.
Si squaglia a terra, sulla tomba, dentro la tomba, masticato come le more sotto i denti di Joe Black.
Sbrodola una risata arresa e incosciente.
– … putain.
Mi sono bruciato.






They say the sky high above Is Caribbean blue.


17 luglio 2515 | Bullfinch

Il sole alto li ha fatti sudare come animali mentre scavavano la buca. Sei piedi di terra smossa a colpi di pala, sotto la canicola di Timisoara, e Bolivar sembra a malapena indolenzito dallo sforzo.
André ansima con i polmoni in fiamme, grasse gocce di sudore colate lungo la linea del naso e sotto il tessuto bianco della tshirt impolverata, assottigliata dall'usura e fastidiosamente incollata alla carne. Calare la bara nel fosso, con le mani umide che scivolavano sulle corde, è stata l'impresa più difficile che ricordi di aver compiuto da ventinove anni a questa parte. Adesso si spalma quelle stesse mani contro il viso, strofinando la pelle scottata dal sole e iniettando le dita fra i capelli umidi per trascinarli indietro, lontano dalla fronte.

Scusa, fratello. - biascica, a mezza bocca, adocchiando in tralice la lapide sbreccata e senza nome su cui ha appoggiato la vanga.
Arretra di due, tre passi, torcendo il muso in cerca degli occhi blu di Bolivar, che soppesano la buca di terra con l'intensità coraggiosa, a malapena spaesata, di chi interpreta il lutto come un dovere per istinto, più che amore della formalità.
Nessuno di loro conosceva Patrick, e del cadavere nella bara sanno solo che ha i capelli rossi, che amava leggere e che era troppo giovane per morire.

…ho trovato questo, credo che gli … a …a me è piaciuto.
Renee gli allunga un tascabile mal ridotto e Vandoosler lo accetta senza obiezioni, spingendo i polpastrelli sudati contro la copertina sgualcita: se lo rigira fra le mani, lo apre a metà, poi lo richiude e lo restituisce a Bolivar.

Leggi. - acconsente o ordina, docile, leccandosi le labbra salate.
Il biondo esagerato dei capelli di Moloko si arroventa sotto il sole, e così la sua testa. Ciondola un paio di metri più in là, davanti alla tomba di Kirill Edwards; sembra che abbia sbagliato lapide e stia pregando per l'anima sbagliata, ma si sta solo tenendo a distanza, circospetta come un animale, in attesa del momento buono. Sbarra gli occhi verdi, incrociando il nero fondo e brulicante dello sguardo di André, e con la mano libera gli fa nervosamente cenno di girarsi. Sotto l'altro braccio trattiene un involto di panno spugnoso, dalla forma allungata.
Vandoosler strofina il collo umido con il palmo ruvido delle mani e appende le dita dietro la nuca, rovesciando indietro la testa per sbirciare il cielo, attraverso le ciglia accostate, mentre la voce di Renee riempie l'aria torrida del piccolo cimitero fuori Timisoara.

Ho conosciuto il maligno e scoperto Dio. Ne parlo come della mia scoperta, ma va da sé che non si tratta di niente di nuovo, né di mio appannaggio esclusivo. Ciascuno vive qualcosa di analogo prima o poi. Usiamo solo modi diversi per dirlo. Secondo me, tutte le grandi religioni nascono da singoli individui che si sono ritrovati in contatto con una realtà spirituale e che si sono sforzati in seguito per mantenere vivo quel sapere. … quasi tutto si perde in dogmi, cerimoniali e gerarchie. Le religioni sono fatte così. Ma alla fine ha ben poca importanza l'esposizione del concetto se si è afferrata la verità essenziale, e cioè che dentro ognuno di noi ci sono risorse infinite, il potenziale per una condizione dell'essere superiore, un fondo di bontà…
Cortes ciondola il peso fra una gamba e l'altra, stringendosi l'involto al petto, e alterna occhiate nervose fra la lapide di Kirill e Bolivar, ascoltando come una bambina finché la voce del gaucho non si spegne, per permettergli di riprendere fiato, e lei scrolla la testa, riparandosi dietro la cortina dei capelli scompigliati.
André sospira, si lecca le labbra, raddrizza la nuca e torce il mento verso Renee con uno scatto irrequieto della testa, spianandogli addosso un'occhiata umida e palpitante. È altrettanto rapido ad allungare la grinfia per sfilare via il libro dalle dita solide del compagno di stanza, che grugnisce a labbra schiuse un verso di sorpresa, chiudendo i polpastrelli sul vuoto.
Gonfiando i polmoni di un sospiro caldo, intriso dell'afa soffocante che sale dal Potomac River, Vandoosler si trascina in bilico, malfermo, sull'orlo della fossa e affonda lo sguardo lucente contro il coperchio della bara.
Bolivar, un paio di metri dietro, s'irrigidisce in uno strattone allarmato dei muscoli quando sente il sibilo della carta strappata: con gesti dapprima lenti e meticolosi, poi sempre più confusi e intrisi di smania, André stacca dal libro una pagina alla volta e le lascia cadere sopra la cassa di legno.
Si fa scivolare dalle mani anche la copertina, per ultima, e recupera la pala addossata contro la lapide.
Impiegano diversi minuti, lui e Renee, a ricoprire la buca di terra, e quando finiscono di compattare l'ultimo strato realizzano di essere fradici.

Sembra che vi siate pisciati addosso. - commenta Moloko, dopo un'occhiata al fondoschiena di entrambi, facendosi largo con aria traballante.
La sua spina dorsale suda una traccia scura sotto la canotta grigia che le scopre le scapole, mentre si piega a sedere sui calcagni e pianta nella terra smossa, sbrogliandola dall'asciugamano in cui la teneva nascosta, la statuetta di una Madonna scheletrica, con le mani giunte e una corona di fiori rossi posata sul velo azzurro. Mormora confusamente qualcosa, nel dialetto stretto di Maracay, e si fa un paio di volte il segno della croce al contrario, frettolosamente, prima di tornare in piedi e arretrare una sola falcata, sgraziata, per finire incastrata fra i corpi accaldati dei due compagni.

Rest in peace. - il mormorio di Vandoosler strappa a metà il silenzio punteggiato, non troppo in lontananza, dai versi di Thiago e Argo che si inseguono fra le lapidi.
Tira su col naso, si bacia il palmo di una mano e lo appoggia sulla testa di Cortes con la solennità indolente di un rituale selvatico.
 
Andiamo a casa.




  
Patrick O'Reily
2498 − 2515

Lung of love — leaves me breathless.


12 luglio 2502 | Shadetrack

Seduto sull'erba, piegato in due sopra un foglio di carta, posato sulle pagine di un vangelo, Adán Barrera finge di leggere e invece scrive, socchiudendo le palpebre incontro al sole cocente, fumando una sigaretta condita di bloom.
Il temporale che ha scaricato le sue nubi gravide su Appaloosa e Falstaff sguinzaglia verso ovest, da giorni, una brezza che rende l'estate vivibile. Assaporandola a occhi chiusi, il figlio del patron non avverte subito il peso dell'ombra che si allunga sopra la sua testa.
– O!, angel of the above. / The gracious beauty of yours / and your fingers made of clouds.
La voce che lo aggredisce alle spalle è baritonale e liquida, profonda come il gorgoglio di una fonte sotterranea; proprio il genere di voce a cui, quando scrive, immagina di far declamare i suoi versi.
Trafitto da una lancia di fastidio, risolleva le palpebre e rovescia indietro la testa bruna affilando gli occhi, dal basso, contro il sorriso lucente (oh, come la lama di un coltello) del ragazzo biondo affacciato oltre la staccionata che gli fa da schienale.
– Sacrebleu, Adán, se ti vedesse tuo padre gli si spezzerebbe il cuore.
André morde una smorfia irridente, che accende il nero lucido dei suoi occhi, e Adán si sente risalire in gola un fiotto acido.
– Se a mio padre importasse come passo il tempo. - implica, deglutendo, con la prova della propria menzogna stretta sotto i polpastrelli, nella rilegatura ruvida del vangelo aperto fra le ginocchia.
André salta lo steccato come un capriolo e ruzzola nell'erba al suo fianco, strisciando di verde la camicia lavata di fresco, ancora impregnata dell'odore di lavanda dei saponi accuratamente selezionati da dona Cruz. Chissà cosa direbbe, lei, se vedesse il figlio minore accoccolato in terra, dietro il cortile delle vacche, a scribacchiare poesie con el extranjero rubio che gli sfrega la nuca contro la spalla accomodando la schiena sull'erba.
– Parlavo della pochezza dei tuoi versi, douce fleur.
Adán vorrebbe, disperatamente, che il bolo di saliva intriso del suo giudizio non gli scendesse così amaro in gola. Arriccia le labbra lungo la china di un sorriso aspro.
– …fosse per te, Andre, le poesie non parlerebbero che di sesso.
André torce il mento ispido per squadrarlo, dal basso, con un lampo innocente degli occhi e un'impennata vaga delle sopracciglia.
– Perché, nelle tue poesie non scrivi di donne?
– A … volte.
– Putain. - André sgrana gli occhi, contenendo a stento una smorfia incredula. - Stai… stai arrossendo.
Adán stringe le labbra, sagomando le ossa squadrate della mandibola sotto il velo di barba bruna. André addolcisce il sorriso lungo una curva soddisfatta.
– Ay, adesso sei rosso.
Adán richiude il libro con uno schiocco, aggrappando le labbra al filtro della sigaretta. A ventidue anni, se suo padre lo vedesse fumare l'erba del Diavolo lo prenderebbe ancora a schiaffi.
– Credi davvero che gli angeli siano …'graziosi'?
André si è sdraiato ai piedi della staccionata, chiudendo gli occhi incontro al cielo e piegando un braccio solo dietro la testa; l'altra mano strofina l'erba con noncuranza, e un'avidità che colma lo stomaco di Adán di scomode farfalle ubriache.
– …certo. - mormora, ostile. Poi deglutisce. - Tu no?
– Io non credo agli angeli. - André schiude le ciglia chiare per spingergli addosso, in tralice, gli occhi neri e scivolosi come code d'anguilla.
– No. - cede, poi, con un guizzo vispo e selvatico della bocca. - Se devo immaginare un angelo, lo immagino come una donna bagnata.
Adán serra le palpebre, mandando la testa a sbattere contro le assi dello steccato.
Jodete, Andre, 'told ya. Tu non pensi ad altro.
André pianta le mani a terra e si solleva di scatto, con uno strattone di muscoli guizzanti e giovani, per girare il muso verso il giovane Barrera e spalancare gli occhi ridenti sul suo viso in un lampo brutale, ispirato.
– A che altro dovrei pensare? Una donna che gode è quanto di più eccitante, sconvolgente e sacro tu possa mai sperare di vedere, Adán. - si è sporto verso di lui e Adán riconosce, sul fondo delle sue pupille, lo stesso ardore che confonde lui e manda suo padre su tutte le furie quando Vandoosler guarda sua sorella.
André si lecca le labbra, schiocca la lingua sul palato.
– Noi uomini siamo sgraziati e selvatici, godiamo come animali esausti. - spiega, irridente, concedendo a se stesso che - Anche le donne sono come animali, ma animali celesti, e vengono impietose come i temporali.
Allunga una mano di scatto, agguanta il vangelo abbandonato fra le gambe di Adán e ne sfila via la pagina scribacchiata. La ribalta sulla copertina chiusa, ci preme sopra il palmo della mano.
– La prima volta che vedi una donna che viene, Adán, la tua vita cambia per sempre. - gli rivela, quasi contro l'orecchio, e inietta nei muscoli del minore dei Barrera una tale scarica di adrenalina e frustrazione da costringerlo a schizzare in piedi. Annaspando, Adán lo inchioda dall'alto con gli occhi chiari, che hanno il colore dell'acqua e la stessa trasparenza.
Specchiando il suo sguardo da terra, André si tira in piedi senza fretta e, raccolto il libro, glielo restituisce con un sospiro trasognato.
Isn't it so?
Poi si volta, si allontana, lo lascia finalmente solo. In pace.
Adán rigira il vangelo tra le mani, adocchiando il brano di carta scivolato fra l'erba. Torna a sedersi, la nuca contro il legno e gli occhi chiusi; sospira, immagina la pelle sudata di Liquorice, che è vellutata come il manto dei cavalli e custodisce occhi neri come quelli di André, che lo consumano, notte dopo notte, lontano dai bordelli di Mexican.
Fa per succhiare via l'ultimo tiro di bloom, la scopre spenta da un pezzo e lancia incontro all'orizzonte il mozzicone annerito. Dal petto gli sfila, cauto, un sospiro cedevole.







O! Angel of the above.
The beastly beauty of yours
and your hair of feathers.
Chew my lungs softly
and digest them with grace.



(Adán Barrera, Shadetrack, 2502)