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This road goes on and on.


23 ottobre 2515 | Bullfinch

Un buio così nero e uniforme André non ricorda di averlo mai visto prima. Si estende senza profondità, non ha dimensioni, non ci si può muovere dentro. Da qualche parte, dietro il buio senza direzioni, c'è un cuore che pulsa arrancando, esausto, e fa tremare le pareti inconsistenti dell'oscurità. È questo terremoto distante e inafferrabile, forse, a spaccare la superficie omogenea del nero lungo una crepa sottile di luce, frastagliata come il ramo di un albero fotografato in negativo contro il cielo.
André impiega un tempo indefinito a rendersene conto, ma conosce ogni segmento irregolare di quella crepa. È una cicatrice.
Ne ha vista una identica percorrere la nuca di Mordecai, sotto il tappeto biondo dei capelli rasati.
Vorrebbe sfiorarla con le dita, ma non riesce a muoversi.
Non è nemmeno sicuro, in tutta franchezza, di avere ancora delle dita, ma a un tratto il nero si rovescia, ribaltando l'assenza omogenea di punti di riferimento. Si squassa, sciabordando da una parete all'altra del suo cranio. Il cuore sepolto nel buio ha un'impennata, rimbomba, poi si affievolisce.
I lembi della cicatrice si schiudono lentamente, luminosi nell'oscurità, riaprendo una ferita di luce sempre più profonda, sempre più vicina.
“Se di colpo vi trovate al buio dentro a un tunnel, e se vedete una luce... non seguitela.”
Il timbro della voce è familiare, nonostante il crepitare sconnesso della frequenza cortex, e il non riuscire a ricordare da dove venga lo spinge a fondo in un'angoscia pastosa.
“Prova a crepare e ti ammazzo.”
A una voce si accavalla l'altra, che è più concreta e, allo stesso tempo, più distante. André vorrebbe ridere, non sa perché, ma non è sicuro di avere i polmoni, o una bocca per farlo. La ferita pulsa di luce bianca, cresce a dismisura, bruciando le distanze inesistenti come una bocca affamata, finché nel fondo della sua gola di luce si srotola una lingua di prato. Guance d'alberi.
Il cuore batte sotto l'erba fresca della radura e un bambino biondo, che avrà sui tre anni, strappa margherite con enfasi gloriosa per allungarle fra le dita bianche, infinitamente affusolate, della ragazza bruna accovacciata al suo fianco.
Costanza intreccia una ghirlanda di corolle bianche e gliela posa sui capelli d'oro.
“La corona del principe Patrice.”
Poi solleva il viso ovale, strattonando il mento per spingere addosso ad André due occhi azzurri e stupefatti. Rimane interdetta a lungo, come stentasse a riconoscerlo. Poi sorride in una maniera che lo squaglia dentro.
“Sei arrivato presto, Andre... - gli angoli della bocca vacillano, ma gli occhi trasparenti sono fermi e lo passano da parte a parte. - Non ti aspettavamo, corazon.”
Prova a parlare, ma ha la gola piena di lava fusa.
Patrice non lo guarda, continua a strappare margherite bianche, gialle. Crochi gialli.
Costanza scrolla la testa, allontanando dal viso una lunga ciocca scura in punta di dita. Deglutisce, stringendo le labbra, poi sorride.
“Non importa, vale? Oggi o domani, il tempo qui non conta niente.”
Non sembra proprio felice di vederlo.
“...il Signore non ha nessuna voglia di vedere le vostre facce prima del tempo.”
A ricordarglielo è la stessa voce che filtrava dal cortex, e adesso proviene dall'adolescente bruno che gioca con suo figlio, accomodandoselo con noncuranza sul ginocchio e tenendogli le mani minuscole nelle proprie troppo grandi. Ha occhi verdi ed enormi dal taglio quasi a mandorla, e André ricorda di averlo visto esplodere in mille brandelli di carne.
Jonatha Davenport incrocia le gambe sul prato e si stringe nelle spalle, mastica un sorriso sghembo mentre la luce si restringe, inghiottita dal buio.
“Non hai ancora finito di soffrire.”

La testa di André rimbalza contro la schiena larga di Renee assieme al mauler che sferraglia, tra le scapole, per ogni passo energico, sporco di urgenza viva, mosso attraverso la giungla invischiata di notte. Il marrone dei coats sovrapposti si tinge di rosso dove il perforante ha passato il costato da parte a parte. Bolivar quasi non sente, fra i sussulti indelicati dei muscoli, la contrazione che investe l'addome e le spalle del 'tracker, rovesciandogli fuori dalla bocca un gorgoglio pastoso e una boccata di sangue.
Qualcosa gli dice, tra pelle e cuore, che Vandoosler sta cercando disperatamente di respirare.
Sorride, accelerando a testa bassa.






But the sunrise we'll see,
but the sunrise we'll see again.

Now that she's back in the atmosphere with drops of Jupiter in her hair.


1 ottobre 2515 | Bullfinch

Sotto i letti della cabina 9d si sta come nelle tane delle volpi.

André ci pensa sdraiato sul tetto nero della Lazarus, lucidato dalla pioggia che gli inzacchera le ossa mischiando pelle e vestiti sotto la cortina di nuvole viola. Mastica il filtro di una sigaretta spenta, piegata dall'acqua, invischiato nei brividi di freddo che gli mordono le braccia e scacciano in un angolo la nausea. Cento schiavi-soldato che avranno l'età di Philip gli passano in formazione sul retro delle palpebre, con le loro divise nere, se si azzarda ad abbassarle. Se con gli occhi della mente si allontana, le divise nere si mischiano e perdono definizione, allungandosi nei tatuaggi da teschio di Cristobal e spingendogli un brivido caldo giù per le vertebre.
Cento schiavi-soldato che avranno l'età di Ezra, e la stessa apparenza inviolabile – è questa somiglianza, del resto, a coagulargli nello stomaco la certezza che non esistano macchine di morte, ma solo ragazzi che qualcuno ha voluto rendere molto soli.
Nulla rattrappisce l'anima di un uomo come l'assenza di scelte.
André sputa via la cicca fradicia e tira giù la nuca, appoggiando la testa contro il metallo. Allarga le braccia, premendo il dorso delle mani sul guscio umido del brigade nato due volte e respirando i sogni del motore spento, del core pulsante di radiazioni addormentate.
Gli occhi di Cristobal sono pieni di scelte, della paura di sbagliarle tutte, dell'ostinazione necessaria ad operarle una per una. L'inerzia non è davvero fatta per l'uomo che ha ossa e muscoli sotto gli occhi di tutti, ma nessuno sa che sapore abbia la pelle sotto quelle ossa.
A bocca aperta, leccandosi le labbra, André raccoglie il gusto fresco della pioggia e mastica lo stesso sorriso con cui si è infilato nel letto di Mordecai dopo il matrimonio di Bolton, mentre Moloko dormiva, per massaggiarsi le costole indolenzite dall'insistenza impietosa del gomito di Cortes e affondare il muso nel cuscino, immaginando un corpo caldo e ossa sporgenti che lo flagellassero nel sonno.
Nel sonno, intanto, si impastano gli schiavi bambini di Clackline, gli spigoli di Mordecai e i serpenti d'inchiostro sul collo di Cristobal, pestati insieme dal martellare ipnotico della pioggia.


Mentre il cielo esplode di rosso e le batterie laser balenano dietro le nuvole, sul tetto della Lazarus si sta come sopra a un cuore d'acciaio.




Tell me, did you sail across the sun?
Did you make it to the milky way, to see the lights all faded
and that Heaven is overrated?

But tell me, did you fall for a shooting star?
One without a permanent scar,
and did you miss me while you were looking for yourself out there?

Nice day for a white wedding.


29 settembre 2515 | Bullfinch

– Bolton è un gran pezzo di figo con quel vestito addosso.
Moloko bisbiglia concitatamente, tutta sporta verso di lui sulla panca della chiesa. André se la sente fiatare contro l'orecchio mentre rovescia gli occhi luccicanti sull'altare, oscillando con aria trasognata fra il pilota orbo e la ragazza stretta nelle trine dell'abito bianco.
– Anche la sua signora non è… ma… le.
Trascina la conclusione, slittando meccanicamente le pupille fino al testimone dello sposo. Wright non può averlo sentito, ma il 'tracker ha comunque l'impressione, quando l'ufficiale lo guarda, che un punteruolo da ghiaccio gli stia grattando le vertebre. Mastica un sorriso dolciastro, platealmente innocente e vagamente allucinato.
Moloko sgrana gli occhi e scuote il caschetto biondo, mandando all'aria il paio d'ore che Jack ha impiegato a darle un aspetto dignitoso.
– Te la sei fatta?
– Putain? …no.
La 'leafer lo strattona per il colletto della camicia buona.
– Cristo, te la sei fatta.
– Dieu, no! …quale parte di 'enne, o' non ti è chiara?
Allarga le palpebre, scaricandole in faccia il nero degli occhi stupefatti, esasperati dai passi della Bibbia (è il terzo? Il quarto?) su cui il reverendo continua ad attardarsi, e dalla maniera in cui Moloko minaccia di scucirgli il bavero: ha spinto il naso contro la sua guancia, colandogli un brivido lungo la schiena quando gli preme la bocca sopra l'orecchio.
– Sei sicuro?
– Putain… - scuote la testa ispida, precariamente ordinata, annaspando in cerca d'aria con una smorfia sopraffatta. - Mortalmente.
Cortes gli schiocca un bacio sulla guancia e lo lascia andare.
Sembra che il prete si sia deciso ad arrivare al sodo.

-- it's like a bad day that never ends.


17 agosto 2515 | Bullfinch

4 am.

André allunga le dita tremanti sotto il getto del lavello, l'acqua fredda che brucia sulle nocche sbucciate gli spinge bagliori di luce pulsante dentro il cervello. Mastica l'aria immobile della sala comune immersa nel silenzio gravido di sonno e oscilla la testa lentamente, gravata di un peso scivoloso e insostenibile. Il mondo è separato dalla sua pelle da una pellicola umida che lo rende insensibile, dirottando sulle esplosioni di dolore annidate fra le tempie tutta la coscienza annichilita dal sonno. Sprazzi di sogni a occhi aperti gli invadono le pupille, la testa piena dello scrosciare dell'acqua corrente che si sovrappone e si mescola alla risata di un fiume sdraiato solo nella sua memoria. Non ha bisogno di voltarsi per vedere Costanza che attraversa la soglia della cambusa. Si avvicina al grande specchio d'argento appeso sulla parete di fondo, tra le mani ha un rasoio elettrico che usa per radersi la testa con gesti pieni di grazia, seminando lunghe ciocche brune sul pavimento. Istintivamente, colto da un lampo di nausea, André si scosta dal lavello e allunga la mano verso la rimessa delle scope; quando si muove, lo specchio si assottiglia e sparisce assieme alle spalle di Costanza, restituendo ai suoi occhi arrossati l'arredamento spartano della cucina vuota.
– …putain.

I medicinali scarseggiano e i sonniferi servono per i feriti, ma la bloom lo rende così lento, languido, inerme; gli spazza la testa come una marea pietosa e volatile, che puntualmente si ritrae lasciandola sventrata e in disordine, appesantita dai detriti.
Sul letto di un bambino ferito, al campo medico, qualcuno ha lasciato un mazzo di crochi gialli. Ci è passato davanti più volte, durante la giornata, trovando ogni volta i crochi moltiplicati; finché, quando ormai tutto il letto ed il suo occupante ne erano sommersi, si è reso conto che non c'erano. Non era stato lasciato nessun fiore. I crochi gialli sono bruciati su Shadetrack, sotto le bombe, e mettono radici solo nella sua testa.


Ancora due ore prima di tornare al campo, se arriva prima Jack lo rispedisce indietro.

Si accende una sigaretta e il silenzio crepita con la carta bruciata. Stringe il filtro con labbra che hanno ancora il sapore della bocca di Mordecai: ne sono pieni il suo naso e i suoi occhi, i lombi e lo stomaco. Ecco qualcosa che mangerebbe senza vomitare.
Trascina una sedia sotto le natiche e recupera il coltello da caccia abbandonato sul tavolo. Si lecca le labbra, ferma la cicca fra i denti e apre la mano sinistra, pigiando sul legno il palmo e le dita aperte. I primi salti della lama sono cauti, impastati d'indolenza e spinti sul filo dei muscoli contratti, dell'attenzione viva e spalancata. Affonda la punta del coltello tra una falange e l'altra con metodo e scioltezza frenetici, una, due, tre, quattro volte il giro completo, avanti e indietro, dal pollice al mignolo in un'impennata precipitosa. Non si rende conto dello slittamento finché l'anulare non gli pizzica il cervello, sporcandosi di un filo di sangue obliquo che lascia sul tavolo due fiori rossi quando lo avvicina alle labbra. Succhia il taglio ad occhi chiusi, sprofondato contro la spalliera della sedia.

Un'ora e quarantasei minuti.

Dev'esserci del rum di Maracay, da qualche parte.





If I ever feel better,
remind me to spend some good time with you.
You can give me your number,

when it's all over I'll let you know…

They say an end can be a start, feels like I've been buried yet I'm still alive --


4 agosto 2515 | Tauron

I raggi di sole affettati dalle fronde del grande albero gli rovesciano negli occhi lampi di candore abbacinante, bruciando le pupille attraverso il velo fragile delle ciglia socchiuse. Gli gira ancora in testa l'universo di minacce incastonato nell'occhiata storta e nel ringhio sommesso – He's clean. – coi quali Eir l'ha accolto, prima di abbracciarlo e inondargli la bocca di ricci anarchici e profumati; un odore quasi di casa. Il peso esiguo di Cecilia Ritter, seduta sul trono d'ossa del suo sterno, gli comprime il respiro e avvalora l'impressione di stare annegando in un mare di luce. È la sua testa riccioluta a fargli ombra, quando si sporge sopra di lui come se volesse accertarsi che sia vivo.
– Hey, mi hai sentito?
André stropiccia una smorfia smarrita, sfarfallando le palpebre per mettere a fuoco, contro il cielo terso e i rami d'olivo, il viso morbido da bambina e i suoi occhi enormi.




12 agosto 2515 | Almost Home

Un esercito di scolopendre gli marcia sotto la pelle, deformandone la superficie viscida e formicolandogli nella carne senza che riesca a grattare via il prurito. Il letto è una fornace; le lenzuola sono fatte di cemento, scavano la schiena con pieghe e lembi sgualciti. C'è un'aria pesante, nella cabina 9g: l'odore del vomito ha invaso ogni angolo della stanza, mischiandosi al profumo rancido e stucchevole del sudore che gli ha infradiciato i capelli e i vestiti. A torso nudo, se flette il mento riesce a vedere la linea dritta e lucida del proprio sterno; ma non osa guardarsi le braccia scoperte, dove le scolopendre strisciano e brulicano sotto la pelle con le loro mille zampe. Dev'essere il loro veleno a mandarlo a fuoco in questo modo, mentre i brividi di freddo gli scuotono le ossa e lo costringono a stringere i denti per non batterli. Se riuscisse a fermare il vorticare della testa, a mettere in ordine i pensieri, potrebbe contare le ossa del proprio corpo e trovarne una che non gli sembri sul punto di spezzarsi a ogni sussulto dei muscoli. Vorrebbe dormire, ma il dolore lo tiene sveglio e le scolopendre non smettono di strisciare, e smascellare, e contorcersi dentro la sua carne.



4 agosto 2515 | Tauron

– … hmnno?
André stropiccia un sorriso arreso e dolciastro, di plateale innocenza. Cecilia si difende con una contrazione netta delle sopracciglia, abbandonando nell'aria calda di Tauron uno sbuffo di sufficienza.
– Sei peggio della ritardata. - rileva, annichilendo il disagio infantile con un sospiro e aggrappando le dita minuscole al colletto sbottonato della camicia a quadri del proprio principe azzurro.
– Chi sarebbe la ritardata?
– Lelaine.
La smorfia sardonica che ha invischiato le labbra di André si contamina di vaga perplessità.
– Ma non è ritardata.
– Sì che lo è.
– No che non lo è.
– Sì che lo è.
Gli occhi verdi di Cecilia palpitano di determinazione cruda, tra le sopracciglia la stessa ruga ostinata di sua madre. André ci scivola dentro con un'occhiata, sturando le narici di un grumo d'aria irridente.
– Croyez-moi, kiddow, ti dico che tua sorella è più sveglia di te.
Due archi di scetticismo bruno svettano sugli occhi stretti di Cecilia.
– No che non lo è.
– Sì che lo è. - André le sorride, amabile e allucinato, atterrato sul prato dalla massa caparbia e tirannica delle piccole ossa della bambina.
– Non lo è.
– Sicuro che lo è, 'Cilia … e forse è anche più sveglia di tuo padre.
Cecilia sgrana gli occhi, trafitta da un fulmine a ciel sereno. Apre la bocca e poi la richiude, stringendo le labbra fino a sbiancarsele, talmente contratta a cavalcioni del suo torace che André riesce quasi a sentirla vibrare.
– Nessuno. - scandisce la sua voce acuta, pigolante come un pulcino d'aquila. - È più sveglio di papi.
Dev'essere la fermezza schiacciante di quel 'papi' a sradicare dal torace compresso di André la risata arresa, scrosciante, che gli traballa negli occhi e sfila oltre le labbra, mentre affonda la nuca contro il browncoat a misura di nano ammucchiato sull'erba a mo' di cuscino.
– Ça va, ça va … hai vinto tu, chérie. - mugola, arrendevole e melenso, leccandosi le labbra e sfarfallando le palpebre contro le infiltrazioni di luce che sfilano tra i capelli della bambina. - Che stavi dicendo?
– … quando mi porti in guerra con te? 
André questa volta la sente. Allarga le palpebre sugli occhi neri inondati di luce, grondanti di stupefazione, e la testa bionda sussulta sul browncoat improvvisamente intessuto di spilli conficcati, tutti, nella sua nuca.
– Mai, putain. - obietta in un rantolo sofferente.
Cecilia sgrana gli occhi verdi, interdetta, oscillando a mezz'aria il cespuglio di ricci castani.
– Perché no?
Il cervello di Vandoosler s'inceppa, cigola, rallenta. Poi riparte, trascinandogli verso l'alto gli argini della bocca.
– Perché quando sarai abbastanza grande, Cecilia VJ Ritter Sterling, avremo già vinto.




12 agosto 2515 | Almost Home

Il labbro inferiore si è crepato sotto la pressione insistente dei denti, riempiendogli la bocca del sapore ferroso del sangue. Da qualche parte ha della Bloom, nel cassetto, forse dentro la tasca dei jeans, ma le dita gli tremano al punto che non sarebbe capace di girarsi una sigaretta. A stento riesce a stringere le pieghe del lenzuolo senza frantumarsi le nocche, che si sono irrigidite e, come il ghiaccio, sembrano spaccarsi quando le flette. L'angoscia risucchia le pareti della cabina sulla sua testa, le scolopendre hanno colonizzato le braccia e stanno strisciando su lungo il collo; raggiungere la gola con le dita per grattarsi è quanto di più doloroso e difficile gli sia mai capitato di fare. I perforanti alleati non sono niente, paragonati alle scolopendre, e nessuna guerra è paragonabile alla guerra contro le scolopendre. Le scolopendre hanno migliaia di zampe, migliaia di corpi spinosi, migliaia di voci stridenti.

L'astinenza ha il volto brulicante di un esercito di millepiedi dalla testa rossa e l'odore acidulo dei succhi gastrici.


From the corpses flowers grow.


27 luglio 2515 | Bullfinch

Fra le nuvole si è aperta una crepa di stelle che sanguina via lattea, e il terreno inumidito è morbido sotto le scapole. Sdraiato a terra, immerso nel frinire distante dei grilli, André conta le isole luminose che galleggiano nel cielo e stringe le labbra sul filtro lentamente, asfaltandosi i polmoni di bloom con voluttà deliberata.
– Mordecai ha occhi che ti scavano dentro. - mormora sommessamente, staccando a fatica la voce impastata dal palato. - Contano le sinapsi del tuo cervello, misurano le ferite del tuo cuore.
Sospira un bolo di caligine, lo sfarfallio delle ciglia chiare che rende intermittente il bagliore del firmamento notturno.
– Probabilmente saprebbe ricucirle tutte, con quelle labbra.
Addenta le proprie, di labbra, succhiando quello inferiore fino a sentire il sapore del sangue sotto la pellicola sottile che divide i capillari dalla lingua.
Piega indietro la testa, inarcando la nuca fino a impastare di terra scura il biondo dei capelli, per sbirciare a rovescio l'iscrizione sulla lapide di Kirill Edwards.
Sa che il suo spirito non è lì, ma la sua carne non è lontana, fusa nella stessa terra da cui vorrebbe farsi inghiottire. Un po' ha la sensazione di sprofondare, mentre un altro tiro di bloom gli arroventa i polmoni e la gola.
– … ho paura, Kirill. - ammette lentamente, inseguendo, dietro le palpebre socchiuse, le serpentine bianche di fumo che si rincorrono verso il cielo, sfaldandosi nell'afa umida di Bullfinch.
– Dieu, come non ne ho mai avuta in vita mia.
Il terriccio umido, dissestato dalle piogge torrenziali, è morbido come un cuscino; la bloom gli rende le ossa pesanti, le palpebre si attirano come calamite. Anche l'angoscia che è convinto di sentire non riesce a raggiungerlo, incastrata fra i battiti lenti e regolari del cuore intorpidito.
– Mi sono bruciato un dito.
Solleva la mano destra per leccare la carne ustionata del pollice, mandando il palmo aperto a schiantarsi sullo sterno quando il braccio cede alla violenza insidiosa della gelatina che sta prendendo il posto dei suoi muscoli.
– Mi sono bruciato. - ripete piano, accostando le ciglia umide per seppellire lo sguardo nel nero palpitante di vene invisibili, stese come ragnatele dentro le palpebre. La nuca pesante, affondata nel terriccio, le scapole conficcate attraverso la crosta terrestre lambiscono il calore osceno del cuore di lava del mondo: la mappa stellare di Polaris oscilla, come il residuo di un'allucinazione, sulla superficie dei suoi occhi ciechi. Sospira, allargando le braccia come i lembi di una ferita. Mordecai non lo bacia, non sutura il suo cuore, ma ha i polmoni e la materia grigia invischiati di bloom e il sonno che sfalda la coscienza un morso alla volta, un cedimento liquido delle vertebre alla volta.
Si squaglia a terra, sulla tomba, dentro la tomba, masticato come le more sotto i denti di Joe Black.
Sbrodola una risata arresa e incosciente.
– … putain.
Mi sono bruciato.






They say the sky high above Is Caribbean blue.


17 luglio 2515 | Bullfinch

Il sole alto li ha fatti sudare come animali mentre scavavano la buca. Sei piedi di terra smossa a colpi di pala, sotto la canicola di Timisoara, e Bolivar sembra a malapena indolenzito dallo sforzo.
André ansima con i polmoni in fiamme, grasse gocce di sudore colate lungo la linea del naso e sotto il tessuto bianco della tshirt impolverata, assottigliata dall'usura e fastidiosamente incollata alla carne. Calare la bara nel fosso, con le mani umide che scivolavano sulle corde, è stata l'impresa più difficile che ricordi di aver compiuto da ventinove anni a questa parte. Adesso si spalma quelle stesse mani contro il viso, strofinando la pelle scottata dal sole e iniettando le dita fra i capelli umidi per trascinarli indietro, lontano dalla fronte.

–
Scusa, fratello. - biascica, a mezza bocca, adocchiando in tralice la lapide sbreccata e senza nome su cui ha appoggiato la vanga.
Arretra di due, tre passi, torcendo il muso in cerca degli occhi blu di Bolivar, che soppesano la buca di terra con l'intensità coraggiosa, a malapena spaesata, di chi interpreta il lutto come un dovere per istinto, più che amore della formalità.
Nessuno di loro conosceva Patrick, e del cadavere nella bara sanno solo che ha i capelli rossi, che amava leggere e che era troppo giovane per morire.

–
…ho trovato questo, credo che gli … a …a me è piaciuto.
Renee gli allunga un tascabile mal ridotto e Vandoosler lo accetta senza obiezioni, spingendo i polpastrelli sudati contro la copertina sgualcita: se lo rigira fra le mani, lo apre a metà, poi lo richiude e lo restituisce a Bolivar.

–
Leggi. - acconsente o ordina, docile, leccandosi le labbra salate.
Il biondo esagerato dei capelli di Moloko si arroventa sotto il sole, e così la sua testa. Ciondola un paio di metri più in là, davanti alla tomba di Kirill Edwards; sembra che abbia sbagliato lapide e stia pregando per l'anima sbagliata, ma si sta solo tenendo a distanza, circospetta come un animale, in attesa del momento buono. Sbarra gli occhi verdi, incrociando il nero fondo e brulicante dello sguardo di André, e con la mano libera gli fa nervosamente cenno di girarsi. Sotto l'altro braccio trattiene un involto di panno spugnoso, dalla forma allungata.
Vandoosler strofina il collo umido con il palmo ruvido delle mani e appende le dita dietro la nuca, rovesciando indietro la testa per sbirciare il cielo, attraverso le ciglia accostate, mentre la voce di Renee riempie l'aria torrida del piccolo cimitero fuori Timisoara.

–
Ho conosciuto il maligno e scoperto Dio. Ne parlo come della mia scoperta, ma va da sé che non si tratta di niente di nuovo, né di mio appannaggio esclusivo. Ciascuno vive qualcosa di analogo prima o poi. Usiamo solo modi diversi per dirlo. Secondo me, tutte le grandi religioni nascono da singoli individui che si sono ritrovati in contatto con una realtà spirituale e che si sono sforzati in seguito per mantenere vivo quel sapere. … quasi tutto si perde in dogmi, cerimoniali e gerarchie. Le religioni sono fatte così. Ma alla fine ha ben poca importanza l'esposizione del concetto se si è afferrata la verità essenziale, e cioè che dentro ognuno di noi ci sono risorse infinite, il potenziale per una condizione dell'essere superiore, un fondo di bontà…
Cortes ciondola il peso fra una gamba e l'altra, stringendosi l'involto al petto, e alterna occhiate nervose fra la lapide di Kirill e Bolivar, ascoltando come una bambina finché la voce del gaucho non si spegne, per permettergli di riprendere fiato, e lei scrolla la testa, riparandosi dietro la cortina dei capelli scompigliati.
André sospira, si lecca le labbra, raddrizza la nuca e torce il mento verso Renee con uno scatto irrequieto della testa, spianandogli addosso un'occhiata umida e palpitante. È altrettanto rapido ad allungare la grinfia per sfilare via il libro dalle dita solide del compagno di stanza, che grugnisce a labbra schiuse un verso di sorpresa, chiudendo i polpastrelli sul vuoto.
Gonfiando i polmoni di un sospiro caldo, intriso dell'afa soffocante che sale dal Potomac River, Vandoosler si trascina in bilico, malfermo, sull'orlo della fossa e affonda lo sguardo lucente contro il coperchio della bara.
Bolivar, un paio di metri dietro, s'irrigidisce in uno strattone allarmato dei muscoli quando sente il sibilo della carta strappata: con gesti dapprima lenti e meticolosi, poi sempre più confusi e intrisi di smania, André stacca dal libro una pagina alla volta e le lascia cadere sopra la cassa di legno.
Si fa scivolare dalle mani anche la copertina, per ultima, e recupera la pala addossata contro la lapide.
Impiegano diversi minuti, lui e Renee, a ricoprire la buca di terra, e quando finiscono di compattare l'ultimo strato realizzano di essere fradici.

–
Sembra che vi siate pisciati addosso. - commenta Moloko, dopo un'occhiata al fondoschiena di entrambi, facendosi largo con aria traballante.
La sua spina dorsale suda una traccia scura sotto la canotta grigia che le scopre le scapole, mentre si piega a sedere sui calcagni e pianta nella terra smossa, sbrogliandola dall'asciugamano in cui la teneva nascosta, la statuetta di una Madonna scheletrica, con le mani giunte e una corona di fiori rossi posata sul velo azzurro. Mormora confusamente qualcosa, nel dialetto stretto di Maracay, e si fa un paio di volte il segno della croce al contrario, frettolosamente, prima di tornare in piedi e arretrare una sola falcata, sgraziata, per finire incastrata fra i corpi accaldati dei due compagni.

–
Rest in peace. - il mormorio di Vandoosler strappa a metà il silenzio punteggiato, non troppo in lontananza, dai versi di Thiago e Argo che si inseguono fra le lapidi.
Tira su col naso, si bacia il palmo di una mano e lo appoggia sulla testa di Cortes con la solennità indolente di un rituale selvatico.
 
– Andiamo a casa.




  
Patrick O'Reily
2498 − 2515

For to fly.


9 luglio 2515 | Almost Home

Bolivar è immerso nella lettura, sbracato sul letto, una mano che tiene aperto il libro e l'altra in ostaggio fra i denti di Thiago, che gli morde le dita mentre Renee gliele sfrega contro i denti e sfogano, entrambi, la necessità di tenere il corpo impegnato in qualcosa; quando la porta automatica della cabina sibila e si schiude, tutti e tre gli animali presenti sollevano il muso per inquadrare l'andatura incerta, spossata, con cui André scivola attraverso l'ingresso e scavalca Argo, che dormiva acciambellato davanti alla porta, caracollando fino alla propria branda. Nel farlo, senza sorrisi né battute, slaccia i primi quattro bottoni della camicia e sfila dal tessuto la spilla da deputy, tirandola via a casaccio sul comodino come se scottasse. Il dogo bianco lo segue per un tratto, scodinzola, ma si ferma ai piedi del letto per masticare un lembo del lenzuolo con fauci piene di saliva e l'aria un po' irrequieta, ma soddisfatta. Vandoosler argina accuratamente lo sguardo perché non defluisca negli occhi blu di Renee, in una maniera che persino lui non può non notare. Schiude le labbra per dire qualcosa, richiudendo il libro con un dito fra le pagine, ma, come spesso accade, la voce si ferma a galleggiargli alla foce della gola, incatramata. Strofina le dita sul muso di Thiago e si lecca le labbra, scavando un solco verticale e profondo, tra le sopracciglia, che è l'unica ombra concreta nella sua espressione limpidamente allarmata. Trattiene a malapena lo scossone violento dei muscoli e dei nervi protesi all'azione, a una ribellione accorata ed energica, quando vede il compagno di stanza allungarsi sul letto, con la grazia molle di un animale sfinito, per sfilare in un fruscio di dita affusolate la bustina di switch custodita gelosamente sotto il cuscino: la contempla per una lunghissima manciata di secondi, nell'arco dei quali Bolivar fissa il suo profilo regolare, trafitto da tensioni sotterranee che non comprende, con apprensione solida e animalesca, oscillando sul filo della rabbia. Poi, inaspettatamente, la droga torna sotto al cuscino ed il viso sfatto di Vandoosler ci affonda sopra, in un fiotto d'aria sconfitto e intrappolato dalla stoffa. Dopodiché, ovattata, arriva la sua voce.
– Leggi ad alta voce per me, Bolivar; ne hai voglia?
Bolivar non si tira mai indietro.

 
Più tardi, durante la notte, lo sentirà strisciare fra le lenzuola e vedrà balenare, nell'orbita degli occhi socchiusi, la fiamma di un accendino.






Please give me second grace
Please give me a second face
I've fallen far down
The first time around
Now I just sit on the ground in your way


Now, if it's time for recompense for what's done
Come, come sit down on the fence in the sun
And the clouds will roll by
And we'll never deny
It's really too hard for to fly.

We didn't start the fire. No, we didn't light it, but we tried to fight it.


25 giugno 2515 | Bullfinch, Almost Home

– Volete uscire mentre mi cambio, come fa Sam Hale?
Mordecai li fissa in rigorosa attesa, le dita minute e sottili strette attorno al primo bottone della camicia victorian, subito sotto il mento.
André tentenna, affilando un sorriso di radiosa innocenza mentre temporeggia, sul punto di dire che
 

– No. - la voce di Renee, che ha smesso di spalmare la mano fra le orecchie di Anchorage per trafiggerlo con uno sguardo allarmato, spezza il fiume delle sue indolenti considerazioni. 
– No, cioè, sì, sì! Sì … vogliamo uscire. Vero, Andre? Usciamo.
L'ultima esortazione ha il tono fermo, unto di panico, di un ordine supplichevole. André si stringe nelle spalle e tira su col naso, annuendo.
 

– …aye, ça va. Certo che usciamo.
Piroetta mollemente su se stesso e si ritrova all'esterno della cabina, spalle alla porta e spalla a spalla con Bolivar, che si strofina i capelli nervosamente e spinge lo sguardo su e giù per il corridoio come se si aspettasse di veder sbucare un intero reggimento di fanteria alleata da dietro l'angolo.
No; probabilmente, trovarsi faccia a faccia con qualche centinaio di marines non gli metterebbe tutta questa inquietudine addosso.

– Non si sveglierà. - commenta André, docile, pescando la sigaretta incastrata sopra l'orecchio. Contrae le sopracciglia slavate, incassando l'eco delle voci di Wright e Bolton che si affastellano l'una sull'altra, riecheggiando dalla testa della nave qualche sconclusionato canto di guerra. - …well, non per causa nostra.
Renee arrossisce, nella penombra, e si gratta la nuca mentre sbircia perplesso in direzione della plancia.
– …fanculo, Andre, tu dormi dal lato del muro.
Gli occhi blu e risoluti scivolano sulla punta della cicca, li spalanca limpidamente.

– Non vorrai … non vorrai fumarla adesso.
André cede alla tentazione di stirarsi sulla bocca un ghigno squilibrato, godendosi il lampo di panico risoluto sul fondo delle sue pupille, prima di scuotere docilmente la testa biondiccia.

– Nay, fratello, non la fumo adesso. - si lecca le labbra, rigirando la sigaretta fra le dita a tempo perso. - Comunque perché devo dormirci io, vicino al muro?
Renee solleva le sopracciglia spesse, boccheggiando in cerca di parole che gli sfuggono.

– …lo sai, perché.
André raccoglie l'allusione a bocca aperta, rifilandogli un'occhiata stupefatta. Prima che possa dire nulla, o sfogare la risata che rimbomba stretta nelle pupille, tre colpi secchi alla porta annunciano loro che sono stati riammessi al cospetto del minuscolo medico di Spartaca.

– Sorella, giuro solennemente di non attentare alla tua virtù durante la notte. - la informa André, a bruciapelo, mentre s'infila per primo all'interno del bunk, accolto da occhi azzurri come una lastra di ghiaccio e altrettanto privi di comprensione.
– Naturalmente no, André Vandoosler. Anchorage ti sbranerebbe. - il dobermann, accoccolato ai piedi della branda di Renee, solleva il muso e scopre i denti in un ghigno canino. - Questo non è uno scherzo.
Mordecai si volta, torna verso il letto, mentre Bolivar e Vandoosler si ammucchiano a sedere sul bordo dell'altro. In tshirt sdrucita e boxer, il 'tracker sbircia il pantalone lungo del pigiama del pistolero di Blackrock con un mezzo ghigno indolente.

– André Vandoosler. - la voce di Mordecai, che si è seduta a gambe incrociate sulla coperta come una bambina (o la miniatura di un efferato generale), lo spinge a cercarla con uno scatto leggero del mento. - Ti piace la morfina?
Sente Renee boccheggiare e, per un attimo, schiude anche lui le labbra come un beota. Impiega quei due, tre secondi a contestualizzare la domanda. Mastica un mezzo sorriso, schiccherando la sigaretta rimasta spenta sul comodino.

– Mi piace la morfina, ma non è la risposta che stai cercando.
Il sorriso aleggia per un istante, sulla bocca della spartiana; poi sparisce.

– La ri … sposta? - Renee è tornato a strofinarsi la nuca, alternando lo sguardo smarrito e vivido fra il medico e il pistolero.
– Renee Bolivar, André Vandoosler mi ha sfidato a indovinare cos'è che gli piace e si trova all'interno della sickbay. Sono molto brava con gli indovinelli.
André torce repentinamente il muso, inchiodando lo sguardo di Bolivar con un lampo tronfio e luminoso degli occhi neri.

– André Vandoosler, ti piacciono i batuffoli di cotone?
Mordecai Adler, impassibile, fissa i due uomini che scoppiano a ridere all'unisono, afflosciandosi uno addosso all'altro sul materasso, con lo stesso cipiglio altero e stranito di Helena, il falco lupo appollaiato sulla canna del dragoon fissato sopra la testiera del letto.


Durante la notte André si sveglia, strappato alle tinte iridescenti della coda di una sirena di Whitmon dall'urgenza frenetica, silenziosa, di una necessità che ha deliberatamente ignorato per tutta la serata. Deglutisce, aprendo gli occhi sulle spalle di Bolivar che gli stanno a un soffio dalla punta del naso, scoprendosi attorcigliato al lenzuolo mentre il sollevarsi lento, regolare, della schiena del compagno di letto gli rivela che dev'essere addormentato.
Con la cautela di una volpe che sguscia nel pollaio, in silenzio, scolla la guancia dall'angolo del cuscino (Renee se l'è rubato quasi tutto) e pianta una mano sul materasso per drizzarsi a sedere. Gli occhi impiegano poco a sfuggire agli scampoli del sonno, abituandosi alla penombra cupa della cabina: distingue la sagoma affilata di Mordecai, immobile sotto le coperte, e i due grumi neri e attorcigliati sul pavimento che sono Thiago e Anchorage.
Valuta in silenzio l'ipotesi di sgusciare fuori da letto e trascinarsi da qualche parte, attraverso la nave silenziosa, per mettere a tacere i tuoni che gli rimbombano nel sangue, e sfrega la lingua sulle labbra, piegando le gambe con cautela per districarle dalle pieghe del lenzuolo. Poi, alla periferia dello sguardo, coglie un bagliore limpido nel buio e, torcendo il collo con uno scatto brutale, incrocia l'occhiata torva, penetrante, del falco che svetta sul fucile automatico.
Rabbrividisce, ingoiando i battiti del cuore schizzati in gola, e sostiene l'invadenza limpida e implacabile degli occhi del rapace senza riuscire a muoversi.
Bolivar si rigira, strusciandogli contro il fianco, e sospira nel sonno, madido nel caldo infernale che due corpi troppo ingombranti sono riusciti a produrre in quello spazio ridotto.
André solleva una mano, sfregando il viso sudato, iniettando le dita lunghe e segnate fra i capelli.
Torna ad accasciarsi sul materasso, respira a fondo l'odore di uomini e bestie ammassati nella stessa, minuscola cabina. Mastica il labbro inferiore, stropicciando un sorriso esasperato.
Dopotutto non vorrebbe trovarsi da nessun'altra parte, adesso.

Step from the road, to the sea, to the sky.


21 giugno 2515 | Bullfinch

André respira coi polmoni spalancati, gli occhi pieni di sole e di spighe verdi.
Ha recuperato Liquorice allo spazioporto e tagliato per i campi sulla strada del ritorno. Adesso stringe le palpebre incontro alle dita gialle e moleste del mezzogiorno: si è fermato lungo il fiume, poco fa, e i capelli fradici si stanno già asciugando come paglia gialla al sole. Il mustang gli scalpita fra le gambe, insofferente per l'andatura contenuta, per il lungo, infinito viaggio che l'ha condotto dalle praterie di Greenfield a quelle di Bullfinch.
André gli assesta una manata lungo il collo forte e arcuato, strofinando con le dita il pelo corto, color vinaccia, ai lati della criniera.
Passando la lingua fra le labbra fissa un punto verso l'orizzonte, tra le ombre distanti di due edifici, probabilmente un ranch e una stalla. Oltre quelli, la Main Street di Timisoara; un oceano di sfumature verdi e gialle a separarlo dalla meta.
Gli tremano le mani, per un momento, quando un soffio di vento piega le teste rosse dei papaveri infestanti, allineati fra una striscia di sementi e l'altra, come una carezza invisibile. Deglutisce e piega lentamente la schiena, arcuandosi per posare le labbra fra le orecchie del cavallo e mormorargli qualche parola nel francese creolo di Shadetrack.

Gli schiocca un bacio sulla testa e si raddrizza con uno scatto fluido, tracotante, piantandogli i talloni nei fianchi e sprimacciando le redini con un fischio acuto, sradicato dal fondo del petto largo.
Liquorice non si fa pregare, affonda gli zoccoli anteriori nello sterrato e spinge con le cosce potenti, lucide di muscoli sotto il pelo raso, per lanciarsi al galoppo verso il cielo. Una freccia che taglia la pianura sconfinata. 

André non ha quasi bisogno di tenere le briglie: le abbandona del tutto quando, scivolando in basso con le spalle, trova con le dita i ciuffi della criniera del mustang e ci si aggrappa ululando, ridendo, accompagnando i sussulti dell'animale con guizzi estasiati dei muscoli.
Il vento sulla faccia, il sole nei capelli, il profumo dell'erba dentro il cuore.