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This road goes on and on.


23 ottobre 2515 | Bullfinch

Un buio così nero e uniforme André non ricorda di averlo mai visto prima. Si estende senza profondità, non ha dimensioni, non ci si può muovere dentro. Da qualche parte, dietro il buio senza direzioni, c'è un cuore che pulsa arrancando, esausto, e fa tremare le pareti inconsistenti dell'oscurità. È questo terremoto distante e inafferrabile, forse, a spaccare la superficie omogenea del nero lungo una crepa sottile di luce, frastagliata come il ramo di un albero fotografato in negativo contro il cielo.
André impiega un tempo indefinito a rendersene conto, ma conosce ogni segmento irregolare di quella crepa. È una cicatrice.
Ne ha vista una identica percorrere la nuca di Mordecai, sotto il tappeto biondo dei capelli rasati.
Vorrebbe sfiorarla con le dita, ma non riesce a muoversi.
Non è nemmeno sicuro, in tutta franchezza, di avere ancora delle dita, ma a un tratto il nero si rovescia, ribaltando l'assenza omogenea di punti di riferimento. Si squassa, sciabordando da una parete all'altra del suo cranio. Il cuore sepolto nel buio ha un'impennata, rimbomba, poi si affievolisce.
I lembi della cicatrice si schiudono lentamente, luminosi nell'oscurità, riaprendo una ferita di luce sempre più profonda, sempre più vicina.
“Se di colpo vi trovate al buio dentro a un tunnel, e se vedete una luce... non seguitela.”
Il timbro della voce è familiare, nonostante il crepitare sconnesso della frequenza cortex, e il non riuscire a ricordare da dove venga lo spinge a fondo in un'angoscia pastosa.
“Prova a crepare e ti ammazzo.”
A una voce si accavalla l'altra, che è più concreta e, allo stesso tempo, più distante. André vorrebbe ridere, non sa perché, ma non è sicuro di avere i polmoni, o una bocca per farlo. La ferita pulsa di luce bianca, cresce a dismisura, bruciando le distanze inesistenti come una bocca affamata, finché nel fondo della sua gola di luce si srotola una lingua di prato. Guance d'alberi.
Il cuore batte sotto l'erba fresca della radura e un bambino biondo, che avrà sui tre anni, strappa margherite con enfasi gloriosa per allungarle fra le dita bianche, infinitamente affusolate, della ragazza bruna accovacciata al suo fianco.
Costanza intreccia una ghirlanda di corolle bianche e gliela posa sui capelli d'oro.
“La corona del principe Patrice.”
Poi solleva il viso ovale, strattonando il mento per spingere addosso ad André due occhi azzurri e stupefatti. Rimane interdetta a lungo, come stentasse a riconoscerlo. Poi sorride in una maniera che lo squaglia dentro.
“Sei arrivato presto, Andre... - gli angoli della bocca vacillano, ma gli occhi trasparenti sono fermi e lo passano da parte a parte. - Non ti aspettavamo, corazon.”
Prova a parlare, ma ha la gola piena di lava fusa.
Patrice non lo guarda, continua a strappare margherite bianche, gialle. Crochi gialli.
Costanza scrolla la testa, allontanando dal viso una lunga ciocca scura in punta di dita. Deglutisce, stringendo le labbra, poi sorride.
“Non importa, vale? Oggi o domani, il tempo qui non conta niente.”
Non sembra proprio felice di vederlo.
“...il Signore non ha nessuna voglia di vedere le vostre facce prima del tempo.”
A ricordarglielo è la stessa voce che filtrava dal cortex, e adesso proviene dall'adolescente bruno che gioca con suo figlio, accomodandoselo con noncuranza sul ginocchio e tenendogli le mani minuscole nelle proprie troppo grandi. Ha occhi verdi ed enormi dal taglio quasi a mandorla, e André ricorda di averlo visto esplodere in mille brandelli di carne.
Jonatha Davenport incrocia le gambe sul prato e si stringe nelle spalle, mastica un sorriso sghembo mentre la luce si restringe, inghiottita dal buio.
“Non hai ancora finito di soffrire.”

La testa di André rimbalza contro la schiena larga di Renee assieme al mauler che sferraglia, tra le scapole, per ogni passo energico, sporco di urgenza viva, mosso attraverso la giungla invischiata di notte. Il marrone dei coats sovrapposti si tinge di rosso dove il perforante ha passato il costato da parte a parte. Bolivar quasi non sente, fra i sussulti indelicati dei muscoli, la contrazione che investe l'addome e le spalle del 'tracker, rovesciandogli fuori dalla bocca un gorgoglio pastoso e una boccata di sangue.
Qualcosa gli dice, tra pelle e cuore, che Vandoosler sta cercando disperatamente di respirare.
Sorride, accelerando a testa bassa.






But the sunrise we'll see,
but the sunrise we'll see again.

I get by with a little help from my friends.


Messaggio ricevuto da Moloko il giorno 11 Ottobre 2013 alle 03:46
On:cortex

[Andrè riceve allegata al messaggio una foto di risoluzione mediocre, di quelle possibili per un pad di qualità media. La foto è presa dall'alto in basso, un po' mossa, ma abbastanza nitida grazie alle luci al neon della stiva della Almost Home. La foto raffigura in primo piano Bolivar, Moloko (che tiene in mano l'obiettivo) e, al centro, Jack the Goose, tutti e stre sul pavimento. O meglio, l'oca è sotto il braccio destro di Renee, come un sacco di patate, ed ha un'aria piuttosto spiumata. Al collo ha diversi anelli, di rame, reperiti chi sa dove, la cui ragione di esistere potrebbe risultare oscura; Renee, in parallelo, fa una faccia a metà tra il perplesso, il contrito e il divertito, a bocca mezza lente (tanto per cambiare), con qualche piuma in mezzo ai capelli. Naturalmente non guarda in macchina, perchè non capisce bene cosa deve fare (ed è chiarissimo dall'espressione). Cortes, invece, tiene la gola dell'animale (l'oca, non Bolivar) con la sinistra, muso affiancato al suo, in un'aria di trionfante conquista; se non fosse che anche lei è a bocca non lente, ma proprio aperta, perchè deve avercalibrato male lo scatto tempisticamente]
...
[a intervalli irregolari (ma frequenti), Andrè riceverà foto completamente decontestualizzate di oggetti a caso. Sedie. Bottiglie. Pezzi di Almost Home. Scarpe. Occhi chiusi di Bolivar. Mezzo sorriso di Cortes. Il buio. eccetera]

They say the sky high above Is Caribbean blue.


17 luglio 2515 | Bullfinch

Il sole alto li ha fatti sudare come animali mentre scavavano la buca. Sei piedi di terra smossa a colpi di pala, sotto la canicola di Timisoara, e Bolivar sembra a malapena indolenzito dallo sforzo.
André ansima con i polmoni in fiamme, grasse gocce di sudore colate lungo la linea del naso e sotto il tessuto bianco della tshirt impolverata, assottigliata dall'usura e fastidiosamente incollata alla carne. Calare la bara nel fosso, con le mani umide che scivolavano sulle corde, è stata l'impresa più difficile che ricordi di aver compiuto da ventinove anni a questa parte. Adesso si spalma quelle stesse mani contro il viso, strofinando la pelle scottata dal sole e iniettando le dita fra i capelli umidi per trascinarli indietro, lontano dalla fronte.

Scusa, fratello. - biascica, a mezza bocca, adocchiando in tralice la lapide sbreccata e senza nome su cui ha appoggiato la vanga.
Arretra di due, tre passi, torcendo il muso in cerca degli occhi blu di Bolivar, che soppesano la buca di terra con l'intensità coraggiosa, a malapena spaesata, di chi interpreta il lutto come un dovere per istinto, più che amore della formalità.
Nessuno di loro conosceva Patrick, e del cadavere nella bara sanno solo che ha i capelli rossi, che amava leggere e che era troppo giovane per morire.

…ho trovato questo, credo che gli … a …a me è piaciuto.
Renee gli allunga un tascabile mal ridotto e Vandoosler lo accetta senza obiezioni, spingendo i polpastrelli sudati contro la copertina sgualcita: se lo rigira fra le mani, lo apre a metà, poi lo richiude e lo restituisce a Bolivar.

Leggi. - acconsente o ordina, docile, leccandosi le labbra salate.
Il biondo esagerato dei capelli di Moloko si arroventa sotto il sole, e così la sua testa. Ciondola un paio di metri più in là, davanti alla tomba di Kirill Edwards; sembra che abbia sbagliato lapide e stia pregando per l'anima sbagliata, ma si sta solo tenendo a distanza, circospetta come un animale, in attesa del momento buono. Sbarra gli occhi verdi, incrociando il nero fondo e brulicante dello sguardo di André, e con la mano libera gli fa nervosamente cenno di girarsi. Sotto l'altro braccio trattiene un involto di panno spugnoso, dalla forma allungata.
Vandoosler strofina il collo umido con il palmo ruvido delle mani e appende le dita dietro la nuca, rovesciando indietro la testa per sbirciare il cielo, attraverso le ciglia accostate, mentre la voce di Renee riempie l'aria torrida del piccolo cimitero fuori Timisoara.

Ho conosciuto il maligno e scoperto Dio. Ne parlo come della mia scoperta, ma va da sé che non si tratta di niente di nuovo, né di mio appannaggio esclusivo. Ciascuno vive qualcosa di analogo prima o poi. Usiamo solo modi diversi per dirlo. Secondo me, tutte le grandi religioni nascono da singoli individui che si sono ritrovati in contatto con una realtà spirituale e che si sono sforzati in seguito per mantenere vivo quel sapere. … quasi tutto si perde in dogmi, cerimoniali e gerarchie. Le religioni sono fatte così. Ma alla fine ha ben poca importanza l'esposizione del concetto se si è afferrata la verità essenziale, e cioè che dentro ognuno di noi ci sono risorse infinite, il potenziale per una condizione dell'essere superiore, un fondo di bontà…
Cortes ciondola il peso fra una gamba e l'altra, stringendosi l'involto al petto, e alterna occhiate nervose fra la lapide di Kirill e Bolivar, ascoltando come una bambina finché la voce del gaucho non si spegne, per permettergli di riprendere fiato, e lei scrolla la testa, riparandosi dietro la cortina dei capelli scompigliati.
André sospira, si lecca le labbra, raddrizza la nuca e torce il mento verso Renee con uno scatto irrequieto della testa, spianandogli addosso un'occhiata umida e palpitante. È altrettanto rapido ad allungare la grinfia per sfilare via il libro dalle dita solide del compagno di stanza, che grugnisce a labbra schiuse un verso di sorpresa, chiudendo i polpastrelli sul vuoto.
Gonfiando i polmoni di un sospiro caldo, intriso dell'afa soffocante che sale dal Potomac River, Vandoosler si trascina in bilico, malfermo, sull'orlo della fossa e affonda lo sguardo lucente contro il coperchio della bara.
Bolivar, un paio di metri dietro, s'irrigidisce in uno strattone allarmato dei muscoli quando sente il sibilo della carta strappata: con gesti dapprima lenti e meticolosi, poi sempre più confusi e intrisi di smania, André stacca dal libro una pagina alla volta e le lascia cadere sopra la cassa di legno.
Si fa scivolare dalle mani anche la copertina, per ultima, e recupera la pala addossata contro la lapide.
Impiegano diversi minuti, lui e Renee, a ricoprire la buca di terra, e quando finiscono di compattare l'ultimo strato realizzano di essere fradici.

Sembra che vi siate pisciati addosso. - commenta Moloko, dopo un'occhiata al fondoschiena di entrambi, facendosi largo con aria traballante.
La sua spina dorsale suda una traccia scura sotto la canotta grigia che le scopre le scapole, mentre si piega a sedere sui calcagni e pianta nella terra smossa, sbrogliandola dall'asciugamano in cui la teneva nascosta, la statuetta di una Madonna scheletrica, con le mani giunte e una corona di fiori rossi posata sul velo azzurro. Mormora confusamente qualcosa, nel dialetto stretto di Maracay, e si fa un paio di volte il segno della croce al contrario, frettolosamente, prima di tornare in piedi e arretrare una sola falcata, sgraziata, per finire incastrata fra i corpi accaldati dei due compagni.

Rest in peace. - il mormorio di Vandoosler strappa a metà il silenzio punteggiato, non troppo in lontananza, dai versi di Thiago e Argo che si inseguono fra le lapidi.
Tira su col naso, si bacia il palmo di una mano e lo appoggia sulla testa di Cortes con la solennità indolente di un rituale selvatico.
 
Andiamo a casa.




  
Patrick O'Reily
2498 − 2515

For to fly.


9 luglio 2515 | Almost Home

Bolivar è immerso nella lettura, sbracato sul letto, una mano che tiene aperto il libro e l'altra in ostaggio fra i denti di Thiago, che gli morde le dita mentre Renee gliele sfrega contro i denti e sfogano, entrambi, la necessità di tenere il corpo impegnato in qualcosa; quando la porta automatica della cabina sibila e si schiude, tutti e tre gli animali presenti sollevano il muso per inquadrare l'andatura incerta, spossata, con cui André scivola attraverso l'ingresso e scavalca Argo, che dormiva acciambellato davanti alla porta, caracollando fino alla propria branda. Nel farlo, senza sorrisi né battute, slaccia i primi quattro bottoni della camicia e sfila dal tessuto la spilla da deputy, tirandola via a casaccio sul comodino come se scottasse. Il dogo bianco lo segue per un tratto, scodinzola, ma si ferma ai piedi del letto per masticare un lembo del lenzuolo con fauci piene di saliva e l'aria un po' irrequieta, ma soddisfatta. Vandoosler argina accuratamente lo sguardo perché non defluisca negli occhi blu di Renee, in una maniera che persino lui non può non notare. Schiude le labbra per dire qualcosa, richiudendo il libro con un dito fra le pagine, ma, come spesso accade, la voce si ferma a galleggiargli alla foce della gola, incatramata. Strofina le dita sul muso di Thiago e si lecca le labbra, scavando un solco verticale e profondo, tra le sopracciglia, che è l'unica ombra concreta nella sua espressione limpidamente allarmata. Trattiene a malapena lo scossone violento dei muscoli e dei nervi protesi all'azione, a una ribellione accorata ed energica, quando vede il compagno di stanza allungarsi sul letto, con la grazia molle di un animale sfinito, per sfilare in un fruscio di dita affusolate la bustina di switch custodita gelosamente sotto il cuscino: la contempla per una lunghissima manciata di secondi, nell'arco dei quali Bolivar fissa il suo profilo regolare, trafitto da tensioni sotterranee che non comprende, con apprensione solida e animalesca, oscillando sul filo della rabbia. Poi, inaspettatamente, la droga torna sotto al cuscino ed il viso sfatto di Vandoosler ci affonda sopra, in un fiotto d'aria sconfitto e intrappolato dalla stoffa. Dopodiché, ovattata, arriva la sua voce.
– Leggi ad alta voce per me, Bolivar; ne hai voglia?
Bolivar non si tira mai indietro.

 
Più tardi, durante la notte, lo sentirà strisciare fra le lenzuola e vedrà balenare, nell'orbita degli occhi socchiusi, la fiamma di un accendino.






Please give me second grace
Please give me a second face
I've fallen far down
The first time around
Now I just sit on the ground in your way


Now, if it's time for recompense for what's done
Come, come sit down on the fence in the sun
And the clouds will roll by
And we'll never deny
It's really too hard for to fly.

I was scared, I was scared, tired and underprepared, but I'll wait for it. If you go, if you go, leaving me down here on my own --


6 luglio 2515 | Almost Home

Sam Hale ha lo sguardo fisso di un cadavere, Cristobal sembra più vivo di lui. Dalla tempia sinistra tumefatta di André dilaga il martellare di un'emicrania incalzante, che gl'impedisce di tenere gli occhi frementi incollati al petto di frère d'os come vorrebbe. Torna a cercargli il torace continuamente, però, per accertarsi che il fiato lo sollevi ancora: a momenti distoglie lo sguardo per secondi, minuti interi, trattenendo la smania sotto la lingua e nei denti che affondano contro le labbra solo per girare le pupille di scatto, a tradimento, e assicurarsi che i polmoni di Cristobal non facciano scherzi, cessando di funzionare quando non li controlla per riprendere a muoversi solo quando sta lì a spronarli.
La vita del cecchino tatuato non dipende dall'intensità con cui lo guarda, questo lo rassicura, come lo rassicurano i gesti metodici e inflessibili di Mordecai, sotto le cui mani minuscole e spigolose, ne è certo, nessuno avrebbe il coraggio di morire.
Il cortex pad gli brucia in tasca.

'Non capisco perché ti sei messo con certa gente, sei un uomo diverso, sei un uomo libero.'

Di quale libertà, Joe Black? Essere liberi di ignorare il dolore, gli errori di questo 'Verse (il 'Verse non può commettere errori, direbbe Mordecai Adler, sono gli uomini che sbagliano), la maniera in cui milioni di vite scorrono sui binari sbagliati, che non sono quelli che vorrebbero percorrere. Il modo in cui i fratelli si parlano senza ascoltarsi.
Incastrato sulla sedia, con le vertebre premute contro lo schienale duro e una gamba piegata fino al petto, André si rende confusamente conto che dovrebbe parlare con Jack Rooster, e più nitidamente respira l'impressione che Jack non voglia parlare con lui, che detesti ascoltarlo, che anche quando prova a farlo (come in questo caso) le conseguenze non sono meno disastrose che se l'avesse ignorato.
Si chiede, André Vandoosler, se sia nel posto giusto. Se non dovrebbe optare per una ritirata strategica, salvare il salvabile della propria anima sbrindellata, prima di finire ancora a Fargate o, molto peggio, finire come Red Wright, col cuore arido e consumato dall'odio, dalla disciplina. Wright lo considera un insubordinato, non realizza che la disobbedienza è un dovere, quando gli ordini che piovono dall'alto sono sbagliati; disubbidire all'Alleanza è giusto perché è giusto disubbidire all'Indipendenza stessa, se gli ordini non sono giusti. Ribellarsi all'ingiustizia di un fronte solo non porta alla giustizia, ma solo a un'ingiustizia diversa.
Si sfrega una mano sul viso madido, iniettando le dita fra i capelli e deglutendo l'aridità della gola. Dovrebbe dire questo a Jack? Gliene importerebbe qualcosa? Lo ascolterebbe o gli pianterebbe un proiettile in testa? Nei suoi occhi, spesso, André non vede altro che la desolazione delle wastelands di Shadetrack, dove i crochi gialli non crescono più e il letto del Tallassee River è asciutto e ingombro di detriti. In quei momenti vorrebbe abbracciarla, ossa contro ossa, ma il filo spinato di muscoli e sorrisi obliqui che Rooster si è arrotolata intorno lo respinge e lo ferisce.
Capitano, mio capitano.
Lasciarla marcire nell'odio e salvare se stesso sarebbe una soluzione? Prima di passare la linea di non ritorno, quella linea leggendaria cui si è sempre rifiutato di credere (è sempre possibile la redenzione, si torna indietro persino dalla morte) e che ora gli sembra di vedere snodarsi sul corpo di Cristobal, nelle volute nere e intricate dei suoi tatuaggi.
Poi, a un tratto, Renee Bolivar irrompe nella sickbay precipitosamente, tonfando gli scarponi da lavoro sulla lamiera, il respiro trafelato e l'aria smarrita di chi, una volta giunto a destinazione, esaurita la spinta energica, l'ultimo lembo d'azione, non sa più cosa fare. Hale non si volta a guardarlo, rimane immobile come una statua percorsa da crepe che si tengono insieme a stento (André si chiede, da ore, quanto ci metterà a sgretolarsi, e se sarà un crollo oppure un'esplosione), e Renee non parla, respira a bocca aperta, fra i denti allentati, sgranando gli occhi sul corpo di Cristobal col disorientamento saldo di un animale. Volta il muso e Vandoosler incrocia il blu limpido, senza ombre, del suo sguardo: gli tremano le labbra, le lacrime sull'orlo delle ciglia, finché uno smottamento dei muscoli, sotto la pelle del viso, gli trascina gli argini della bocca verso l'alto, quasi a ridosso degli zigomi. André squarcia la notte e il dubbio con un sorriso violento, avido di tutta la giustizia del 'Verse.
Addenta il polpaccio di Jack come un mastino del cielo, la tiene stretta tra le fauci indistruttibili del proprio cuore.
Dovrà sparargli in testa per liberarsi di lui.

We didn't start the fire. No, we didn't light it, but we tried to fight it.


25 giugno 2515 | Bullfinch, Almost Home

– Volete uscire mentre mi cambio, come fa Sam Hale?
Mordecai li fissa in rigorosa attesa, le dita minute e sottili strette attorno al primo bottone della camicia victorian, subito sotto il mento.
André tentenna, affilando un sorriso di radiosa innocenza mentre temporeggia, sul punto di dire che
 

– No. - la voce di Renee, che ha smesso di spalmare la mano fra le orecchie di Anchorage per trafiggerlo con uno sguardo allarmato, spezza il fiume delle sue indolenti considerazioni. 
– No, cioè, sì, sì! Sì … vogliamo uscire. Vero, Andre? Usciamo.
L'ultima esortazione ha il tono fermo, unto di panico, di un ordine supplichevole. André si stringe nelle spalle e tira su col naso, annuendo.
 

– …aye, ça va. Certo che usciamo.
Piroetta mollemente su se stesso e si ritrova all'esterno della cabina, spalle alla porta e spalla a spalla con Bolivar, che si strofina i capelli nervosamente e spinge lo sguardo su e giù per il corridoio come se si aspettasse di veder sbucare un intero reggimento di fanteria alleata da dietro l'angolo.
No; probabilmente, trovarsi faccia a faccia con qualche centinaio di marines non gli metterebbe tutta questa inquietudine addosso.

– Non si sveglierà. - commenta André, docile, pescando la sigaretta incastrata sopra l'orecchio. Contrae le sopracciglia slavate, incassando l'eco delle voci di Wright e Bolton che si affastellano l'una sull'altra, riecheggiando dalla testa della nave qualche sconclusionato canto di guerra. - …well, non per causa nostra.
Renee arrossisce, nella penombra, e si gratta la nuca mentre sbircia perplesso in direzione della plancia.
– …fanculo, Andre, tu dormi dal lato del muro.
Gli occhi blu e risoluti scivolano sulla punta della cicca, li spalanca limpidamente.

– Non vorrai … non vorrai fumarla adesso.
André cede alla tentazione di stirarsi sulla bocca un ghigno squilibrato, godendosi il lampo di panico risoluto sul fondo delle sue pupille, prima di scuotere docilmente la testa biondiccia.

– Nay, fratello, non la fumo adesso. - si lecca le labbra, rigirando la sigaretta fra le dita a tempo perso. - Comunque perché devo dormirci io, vicino al muro?
Renee solleva le sopracciglia spesse, boccheggiando in cerca di parole che gli sfuggono.

– …lo sai, perché.
André raccoglie l'allusione a bocca aperta, rifilandogli un'occhiata stupefatta. Prima che possa dire nulla, o sfogare la risata che rimbomba stretta nelle pupille, tre colpi secchi alla porta annunciano loro che sono stati riammessi al cospetto del minuscolo medico di Spartaca.

– Sorella, giuro solennemente di non attentare alla tua virtù durante la notte. - la informa André, a bruciapelo, mentre s'infila per primo all'interno del bunk, accolto da occhi azzurri come una lastra di ghiaccio e altrettanto privi di comprensione.
– Naturalmente no, André Vandoosler. Anchorage ti sbranerebbe. - il dobermann, accoccolato ai piedi della branda di Renee, solleva il muso e scopre i denti in un ghigno canino. - Questo non è uno scherzo.
Mordecai si volta, torna verso il letto, mentre Bolivar e Vandoosler si ammucchiano a sedere sul bordo dell'altro. In tshirt sdrucita e boxer, il 'tracker sbircia il pantalone lungo del pigiama del pistolero di Blackrock con un mezzo ghigno indolente.

– André Vandoosler. - la voce di Mordecai, che si è seduta a gambe incrociate sulla coperta come una bambina (o la miniatura di un efferato generale), lo spinge a cercarla con uno scatto leggero del mento. - Ti piace la morfina?
Sente Renee boccheggiare e, per un attimo, schiude anche lui le labbra come un beota. Impiega quei due, tre secondi a contestualizzare la domanda. Mastica un mezzo sorriso, schiccherando la sigaretta rimasta spenta sul comodino.

– Mi piace la morfina, ma non è la risposta che stai cercando.
Il sorriso aleggia per un istante, sulla bocca della spartiana; poi sparisce.

– La ri … sposta? - Renee è tornato a strofinarsi la nuca, alternando lo sguardo smarrito e vivido fra il medico e il pistolero.
– Renee Bolivar, André Vandoosler mi ha sfidato a indovinare cos'è che gli piace e si trova all'interno della sickbay. Sono molto brava con gli indovinelli.
André torce repentinamente il muso, inchiodando lo sguardo di Bolivar con un lampo tronfio e luminoso degli occhi neri.

– André Vandoosler, ti piacciono i batuffoli di cotone?
Mordecai Adler, impassibile, fissa i due uomini che scoppiano a ridere all'unisono, afflosciandosi uno addosso all'altro sul materasso, con lo stesso cipiglio altero e stranito di Helena, il falco lupo appollaiato sulla canna del dragoon fissato sopra la testiera del letto.


Durante la notte André si sveglia, strappato alle tinte iridescenti della coda di una sirena di Whitmon dall'urgenza frenetica, silenziosa, di una necessità che ha deliberatamente ignorato per tutta la serata. Deglutisce, aprendo gli occhi sulle spalle di Bolivar che gli stanno a un soffio dalla punta del naso, scoprendosi attorcigliato al lenzuolo mentre il sollevarsi lento, regolare, della schiena del compagno di letto gli rivela che dev'essere addormentato.
Con la cautela di una volpe che sguscia nel pollaio, in silenzio, scolla la guancia dall'angolo del cuscino (Renee se l'è rubato quasi tutto) e pianta una mano sul materasso per drizzarsi a sedere. Gli occhi impiegano poco a sfuggire agli scampoli del sonno, abituandosi alla penombra cupa della cabina: distingue la sagoma affilata di Mordecai, immobile sotto le coperte, e i due grumi neri e attorcigliati sul pavimento che sono Thiago e Anchorage.
Valuta in silenzio l'ipotesi di sgusciare fuori da letto e trascinarsi da qualche parte, attraverso la nave silenziosa, per mettere a tacere i tuoni che gli rimbombano nel sangue, e sfrega la lingua sulle labbra, piegando le gambe con cautela per districarle dalle pieghe del lenzuolo. Poi, alla periferia dello sguardo, coglie un bagliore limpido nel buio e, torcendo il collo con uno scatto brutale, incrocia l'occhiata torva, penetrante, del falco che svetta sul fucile automatico.
Rabbrividisce, ingoiando i battiti del cuore schizzati in gola, e sostiene l'invadenza limpida e implacabile degli occhi del rapace senza riuscire a muoversi.
Bolivar si rigira, strusciandogli contro il fianco, e sospira nel sonno, madido nel caldo infernale che due corpi troppo ingombranti sono riusciti a produrre in quello spazio ridotto.
André solleva una mano, sfregando il viso sudato, iniettando le dita lunghe e segnate fra i capelli.
Torna ad accasciarsi sul materasso, respira a fondo l'odore di uomini e bestie ammassati nella stessa, minuscola cabina. Mastica il labbro inferiore, stropicciando un sorriso esasperato.
Dopotutto non vorrebbe trovarsi da nessun'altra parte, adesso.